NIGHT BAR

A dirla tutta mi emoziono sempre un po’ quando vado a teatro. Mi emoziono ancora di più quando riconosco un’attrice.

In Night bar ci sono quattro storie, che possono snocciolarsi nel susseguirsi del tempo. E mentre lo spazio, il bar in questo caso, rimane lo stesso nel tempo, il tempo vola via proponendoci situazioni diverse. E dico situazioni che ci forniscono elementi per delineare protagonisti e soggetti umani diversi. Quelli che troviamo nei bar come questo, di periferia, un bar come mille, con storie e personaggi che si incrociano.

Prima di soffermarmi sugli attori voglio fare un paragone, che potrebbe sembrare un pugno nello stomaco. Ho visto un altro spettacolo in cui la location, il bar, era la stessa. Un bar dimesso, di terza categoria, dove si susseguivano personaggi che discutevano fra loro, dove venivano delineati caratteri diversi, dove insomma si mostravano un po’ tutti i tipi di avventori. Sto parlando di “Animali da bar”, della Carrozzeria Orfeo.

In questo caso invece il tempo scorre, e ci propone una successione di momenti nel tempo. Mentre dapprima il bar è chiuso, e nella prima scheggia i due protagonisti sono gangsters di terza mano, in seguito, nelle altre tre schegge c’è vita, una strana vita, che mette in evidenza la solitudine dei singoli, la dicotomia della coppia, la faccia squallida della notte. E allora si che gli attori la fanno da padrone! Sono loro che animano il bar, sono loro che danno quel carattere triste e dimesso al bar.

Magistrale Nicola Pannelli, che ahimè non ho mai visto a teatro, gangster psicolabile, barista discreto e anonimo, avventore alticcio e innamorato. Una splendida Arianna Scommegna (che l’anno scorso ho visto in uno spettacolo bellissimo, drammatico e forte, Utoya) ragazza borderline che fa un monologo dei suoi pensieri della durata di circa mezz’ora, e poi signora scicchettona capitata col marito nel bar sbagliato. Ottimo Sergio Romano nella parte del gangster prepotente e incapace, dell’ubriaco  silenzioso, dello strafatto  gestore di un improbabile bar.

Uno spettacolo che fa pensare a quanto spesso, pur parlando, non diciamo niente, e pur vivendo,  siamo solo voci nello spazio e nel tempo.

Grazie

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SE LA PARTE MI FUNZIONA

L’altra sera sono andata a vedere uno spettacolo dei miei amici Kultroses 659, dedicato a Gaber. Si, devo dire dedicato, perché un One man show non è possibile farlo in 5. Non c’è verso!

Se la parte mi funziona. Questo è il titolo. Ma qualche pecca c’è di sicuro.

La regista, Veronica Natali, ha avuto l’ardire di mettere in scena un Signor G suddiviso per 5. Che vuol dire?

Ci si potrebbe indignare….

Ma partiamo dall’inizio

Si, è vero, il Signor G è una persona, e come tale ha mille sfaccettature, a cui ognuno degli attori ha dato voce.

Si, è vero, lo spettacolo del Signor G è costituito da canzoni e la nostra Compagnia ha trovato un cantante fisicamente simile a Gaber, Giuseppe Intrieri, che ha saputo trovare lo spirito adatto delle canzoni interpretate.

Si, è vero, i monologhi del signor G sono tanti, e trovare un filo conduttore non è facile. Ma pare che Veronica abbia trovato il suo filo, sia riuscita a comporre il suo puzzle. Perché sebbene sembri tutto semplice, dare struttura e colore a uno spettacolo incentrato su una sola persona non è facile. Gli attori, nelle persone di Francesco Renzoni, Maurizio Bertocci, la stessa regista e Martina Saetta, che entrano in scena con un sottofondo musicale, vestiti tutti uguali (abito anonimo nero e camicia bianca stile Blues Brothers), hanno interpretato i testi, e ci han fatto vedere cosa le canzoni e i monologhi dicevano. Così come in un balletto, vediamo la foto di famiglia, vediamo un uomo che si guarda allo specchio, vediamo degli spettatori che ascoltano un sogno erotico fantasioso, vediamo un uomo scontento, malinconico.

Come in un libro, dove la lettura fa correre l’immaginazione proiettando una figura nella nostra mente, cosi loro ci hanno deliziato, dando corpo, anima e vita a semplici sogni, semplici racconti, semplici canzoni.

Ingegnosa la regista, che è riuscita a fondere la mimica, la recitazione e le canzoni, e cogliendo lo spirito del Vero Signor G, a impolverare il tutto con quel sarcasmo tipico dell’originario protagonista.

Bravissimo il gruppo musicale, che in maniera sommessa, si è fatto comunque valere. Ottimo il supporto di luci eccetera, che in un teatro cosi piccolo forse non era per nulla facile.

Ma la pecca purtroppo c’è. Ed è davvero grossa. Tra gli spettatori mancava solo Giorgio Gaber.

D’altra parte, come dice lui stesso, non è detto che la fine di tutto sia la morte.

Ciao Signor G, ciao Kultroses 659. Alla prossima!!!

PUEBLO di Ascanio Celestini

Lo sai tu come fanno gli indiani? Gli indiani battono il piede per terra e cosi chiamano le nuvole e piove e la pioggia sono i morti che attraversano il cielo e la terra e si vanno a rimescolare con l’acqua del mare e si produce quel suono straordinario che si sente fino a 20 mila chilometri fino sulle fasce di Van Allen. Non ci credi Pietro? E invece ci devi credere, perché nei giorni di pioggia quando guardiamo fuori dalla finestra vediamo l’altra finestra, quella di fronte, con le due donne, una giovane e una un po’ più vecchia. E la giovane si chiama Violetta. Credici Pietro, perché è la verità.

Comincia cosi lo spettacolo di Celestini ( stavolta lo chiamo per cognome perché ho avuto l’ardire di importunarlo e non ho il coraggio di chiamarlo per nome), con una giornata di pioggia, che si porta dietro le fantasie più assurde, e sulle fantasie si snocciolano pensieri e immagini di gente comune, che riempie il Bestiario della fantasia. Per prima cosa definiamo dove siamo. Siamo in un supermercato, fuori e dentro, in una periferia qualunque di una città qualunque, dove personaggi qualunque ci raccontano la loro vita senza colori. La cassiera, che si immagina regina corredata di sudditi ovviamente, che poi quando torna cassiera si mette la strada sotto le scarpe, le crescono le gambe sotto al culo e se ne va.

La barbona, Domenica, che ha una sua anima, una sua storia, anche lei è stata bambina, aveva un padre ed è stata dalle suore, maltrattata e vessata, che non chiede l’elemosina, ma i suoi morti se li mette in tasca come fossero spiccioli, perché solo lei sa il valore degli spiccioli. Domenica, che non vuole farsi baciare in bocca dallo zingaro di otto anni che fuma, ma che poi si fa baciare da Said proprio sulla bocca, dove dice la parola.

Said, che lavora nel magazzino a movimentare pacchi di cui non sa niente, ed è li, nella sua memoria, che 10, 100, 10000, centomila persone morte nel Mediterraneo albergano, e si chiamano tutte uguali, e non han diritto di vivere. Said  che vuole Domenica e la vuole portare a vivere nella sua stanza della casa dove vive, ma gioca alle Slot e mette i soldi nella fessura di Josephine Baker.

Il fesso che va in giro al mercato coperto e si fa sfilare il portafogli da Domenica bambina…ma come lo trovi un fesso?

Le suore che sono bastarde e costringono le ragazze a sentirsi puttane già da piccole.

Un vero Bestiario quello di Celestini, Pueblo, un popolo di persone con una loro dignità, con una storia, con un futuro e con dei sogni. Come sempre raccontato di corsa, con un po’ di musica dietro e poca scenografia. Ma si sa, nei giorni di pioggia può accadere di tutto. Può anche esistere il giorno prodigioso, dove uno si aspetta che accada davvero il prodigio, e invece semplicemente muore Domenica, e solo Domenica si accorge del suo funerale.

Il supermercato è il vero protagonista, e come tanti fili che escono da una grande bocca ogni vita si collega seppur lontanamente a un’altra. La vita vera è fatta di relazioni, di rapporti, di conoscenze, e gli altri, quelli come noi, incasellati in un lavoro, in una cultura, in un territorio, si accorgono degli altri solo se avviene qualcosa per cui il telegiornale (il regionale) se ne occuperà. Ma dove sono le piccole persone nell’arco della vita, della nostra vita? Quale posto occupano? Cosa fanno, qual è la loro anima, quali sono i loro sentimenti, i loro pensieri? Pietro, devi crederci, ogni vita è un prodigio, e se te lo dico io, che mio padre sapeva fare benissimo tutto…… persino la pasta col tonno!!!

 

Moglie e Marito

Finalmente dopo un sacco di tempo sono tornata al cinema, e l’ho fatto con un filmettino senza infamia e senza lode, rigorosamente italiano, perchè era da qui che dovevo ricominciare.

E così non potevo certo perdermi la piece di Favino, che non so se è considerato un sex symbol, ma generosamente potremmo definirlo il George Clooney de noattri. O meglio il Patrick Dempsey de noattri, dato che nel film è un neurologo, proprio come Patrick.

Si perché sebbene lo rincorra da tempo, e non sia andata a vederlo a teatro, ho voluto non perdermelo al cinema, dato che dei piccoli fumetti della Barilla non me ne sono perso uno.

Ma torniamo al film. La trama è molto semplice ed elementare. Marito e moglie in carriera, un matrimonio in crisi dettato dal fatto che gli eventi sono talmente veloci che non ci si ascolta più ( ma che novità).  Il marito, medico neurologo col pallino delle scoperte scientifiche, costruisce una macchina che legge il pensiero, e testandola con la moglie, com’è come non è, un corto circuito cambia le menti e lui diventa lei e lei diventa lui. Che strazio!!!! Visto e rivisto!!!! Ma certo, solo non fatto con Favino, che ha il suo perchè. E mentre Kasia Smutniac deve scimmiottare l’uomo, il nostro Pierfra deve scimmiottare una donna. E ne viene la caricatura di un falso gay, la caricatura di qualcosa che non esiste, la brutta copia di un si sa che. Si, perchè la donna è abituata ad essere come un uomo, a prendere le decisioni che in genere nello stereotipo collettivo prende l’uomo, la casa, salvare le vite….ma l’uomo….l’uomo non è abituato a essere sottoposto in continuazione a stupri, violenze, e a farsi valere oltre che per la bravura nel proprio campo, anche per mettere in mostra un bel culo e fare la sciacquetta col capo, facendo immaginare ciò che mai avverrà.

Che tristezza…un filmettino che cerca disperatamente di lambire il tanto contestato problema della differenza di genere nella società, e gli stereotipi e quant’altro e tutto il resto.

Peccato. Io Pierfra lo guardo sempre alla tele che fa la pubblicità della Barilla, padre camionista single che mangia il ragù e la pasta al forno, e si avvicina a piccoli passi al pesto. Ma non poteva fare la pubblicità alla Golf, almeno con un colpo di mano cambiando canale radio ci faceva anche ascoltare la canzone di Iggy Pop, the passenger? Io sarei stata più contenta, mi sarei scatenata, e sarei ingrassata meno. Capirai…con tutta quella pasta!!!!

Elvira di Toni Servillo

Ieri sera mi è capitato di andare a un laboratorio di Teatro. La lezione era tenuta da un mostro del teatro attuale, a parer mio. Toni Servillo, che comincio ad apprezzare più come attore di teatro che di cinema, che mi piace molto.

Che cosa è il Teatro?

Un attore e un’allieva. Sul palco. Entrambi cercano. Uno da nord, l’altra da sud, uno da fuori, l’altra da dentro. Cosa cercano?

Si apre così il laboratorio di Teatro. E badate bene, non è che ho scritto Teatro con la T maiuscola per errore eh..Si, perché il teatro come lo intendiamo noi poveri uditori è andare a vedere uno spettacolo e criticare, una volta tornati a casa, ciò che abbiamo visto, riferendoci al fatto che quell’attore sia più o meno bravo, più o meno passionale, più o meno qualcosa insomma.

Ma nel laboratorio di ieri sera ho capito finalmente cosa è il teatro. Ho visto il teatro al lavoro, ho visto e sentito l’attore e l’allieva fare un percorso insieme. Entrambi i protagonisti del Teatro, regista e allieva, sono coinvolti in quel processo di ricerca, e non hanno paura no, non hanno esigenza l’uno di dover predominare sull’altra, no. Esiste una dualità, fra maestro e allieva, esiste una dualità che è verità e menzogna, che è tecnica e sentimento, che è narcisismo e spossessione; e ci bastano queste poche parole per capire. Per sapere che quello che vedrò a Teatro è il teatro al lavoro.

L’attore deve essere vero, ma non coi suoi sentimenti, deve essere veramente menzognero, deve usare la tecnica per entrare nel sentimento, deve essere narcisisticamente fuori dal sé. I protagonisti, maestro e allieva, instaurano un rapporto violento e appassionato, intimo e furioso, in cui chi tira la corda vuole di più, e chi deve dare si supera, riuscendo così, in un continuo crescendo a perdersi e ritrovarsi in una continua altalena, ed ogni volta ad essere meglio, più consapevole, più matura, più pronta. Entrambi si prendono per mano, scontrandosi e incontrandosi ma camminando, coinvolti entrambi in quel processo di ricerca sul personaggio e contemporaneamente su se stessi. Avanzano entrambi in un territorio sconosciuto, inscenando dei veri e propri combattimenti corpo a corpo, fatti di dubbi, crudeltà e complicità.

Il laboratorio è durato solo sette lezioni, durante le quali la scenografia ha retto poco (un incidente di percorso), e il solito cafone ha fatto squillare il solito telefonino. Purtroppo, solo sette lezioni, e poi ci ha pensato Hitler a farlo finire.

Grazie Toni, grazie Jouvet.

Grazie Leonardo e Paolo

FA’ AFAFINE. Mi chiamo Alex e sono un dinosauro

Che differenza c’è fra essere liberi e sentirsi liberi?

Nessuna, affermerebbe uno sprovveduto, e se volessimo manipolare qualche filosofo diremmo che se pensiamo allora siamo, quindi se penso di essere libera allora lo sono. Ma tutti noi sappiamo che la realtà è ben diversa da ciò che noi vorremmo.

Voglio andare al di là delle polemiche che hanno investito questo spettacolo, e voglio guardarlo con gli occhi di un bambino. Due mondi a confronto, quello dei genitori incasellati in uno stereotipo di lavoro, quello del figlio “un pò strano a detta dello stesso Alex, che, come tutti i bimbi, ha già capito tutto. Ha già capito che in quella sua stanza, dove si sente libero,  può decidere di non essere niente, ma di essere libero per davvero! Ha già capito che invero nella realtà sentirsi libero non può equivalere ad esserlo. E si cruccia Alex, perché nella sua semplice testa sa che questo metterà in difficoltà i suoi genitori.

Genitori, che cercano di incasellare, anche se accettano le estrosità del bambino, e inizialmente non capiscono. Genitori che si ritrovano, loro malgrado, a vedere e vivere una verità, o tante verità, che non sono stati educati a trattare, che non sanno come affrontare. Genitori che si rendono conto improvvisamente che il loro bambino è una persona, con un carattere, un’anima, una posizione nella società, delle volontà. E non hanno dubbi, grazie al cielo. I genitori lasciano perdere tutto, scelgono il figlio, seguono la natura e addio agli stereotipi. Glielo faranno vedere loro di cosa sono capaci i genitori di Alex!!!

Numerosi spunti davvero interessanti, uno fra tutti il tema del bullismo sul diverso, e il concetto dell’amore, che è una cosa semplice, ma che poi, quando si cresce è complicato…ma da cosa? Cosa complica l’amore? La fantasia, grande valvola di sfogo dei bambini, per le frustrazioni a venire.

Finalmente uno spettacolo visto dalla parte dei bambini, con un attore assai giovane, e quindi di memoria ancora fresca.

Teneri e davvero bravi e intensi i genitori, commovente e credibile la storia. E quando un bambino ci dice che i pensieri belli sono come uccelli, si muovono tutti insieme per non perdersi, cos’altro c’è da dire?

E allora continuo a domandarmi: ma che differenza c’è fra essere liberi e sentirsi liberi? Un po’ come fra il dire e il fare…c’è di mezzo un oceano

Human di Lella Costa e Marco Baliani

Avete mai letto la storia di Ero e Leandro? Non la versione di Marlowe, seppur bella, lo immagino, ma la versione di Museo Grammatico, in esametri, del V-VI secolo. Struggente storia d’amore piena di passione.

Ecco. Lella Costa e Marco Baliani si presentano cosi, recitando, anzi raccontando una storia d’amore che rapì tanti ascoltatori, canovaccio per le storie d’amore della televisione, dove la gente, anche se si racconta di un naufragio, non muore, “perché c’è la televisione!”

Comincia così lo spettacolo, con una scenografia d’effetto, un muro fatto di vestiti, colorati con le tonalità del sangue, e balle di vestiti a mo’ di sedie. Tutti in scena hanno vestiti rossi o quasi.

Comincia con luoghi comuni, i classici luoghi comuni che portano un popolo quale quello italiano a confrontarsi con i profughi, che arrivano da paesi lontani da noi, ma tendenzialmente sullo stesso nostro parallelo, memori del fatto che il nostro sud, il sud di questa terra fatta a forma di banchina, di molo, dove approda la vita, si trova proprio sullo stesso parallelo di chi lotta per non morire.

E si continua con il diorama della tela di Caravaggio, il riposo durante la fuga in Egitto, dove l’arte in genere, dalla musica alla pittura, è interessata al grande problema della ricerca della vita. E non di vita come essenza, come voglia di fare, di creare. Qui si parla di vita intesa come contrapposizione alla morte. Ma si sa, l’arte rende il mondo meno terribile.

Leandro ed Ero ci portano la sui flutti, nel mare, dove è visibile, seppur con difficoltà la luce della speranza, il barlume del “forse”, il sogno del “possibile”, l’alternativa della vita alla morte. E così come Leandro rischia di affogare ogni notte, così il nostro mare è una tomba, e i grattacieli galleggianti sentono le voci, la disperazione di chi all’alternativa della morte non ha avuto scampo.

Si continua coi luoghi comuni, col fotografo e il soccorritore, che si confrontano, coi marinai che disattendono alle leggi pur di non diventare schiavi dell’innaturalità, in una realtà che a volte cerca di farci dimenticare che siamo uomini, umani, insomma, in poche parole Human.

Ero e Leandro? Su di noi grava la morte di Leandro, affogato tra i flutti in una notte dove la luce della speranza è stata spenta dalla natura stessa. Il vento e il buio renderanno meno leggiadri i nostri pensieri, ma si sa, di notte i pensieri sono più pesanti. Interessante il gioco di luci, forte il tema confortato da colori e da scenografia. Bravi tutti in una piece che ci ha ricordato che prima di essere uomini e donne, e lavoratori e vecchi e giovani, siamo prima di tutto umani. E non dobbiamo dimenticarcelo!